Pensando al suicidio

Innanzitutto chiedo scusa a chi ha avuto un’esperienza diretta in casa, a coloro che, purtroppo, per tutta la vita devono fare i conti con chi i conti li ha chiusi per impiccamento o altri metodi, lasciando tutto il resto a tutti gli altri. Mi scuso, non perché tratterò l’argomento in maniera volgare o imperdonabile, ma perché potrei essere frainteso ed il tema scatena facilmente suscettibilità.

Io, però, tanto per cambiare, parlerò di me.

Ho una smisurata ammirazione per chi decide di smetterla. Pavese diceva; “meravigliosa invidia per i suicidi d’amore”. Per quello che mi riguarda, anche se “mai dire mai”, non mi ucciderò. E se mi ammazzerò non lo farò per i debiti o altre puttanate materialiste, se deciderò di farlo, sarà per amore o per chiudere il sipario di questo mondo che mi percuote di bellezza. Una parte di me sa che rientra, il suicidio, nel mio potenziale. Perché io non ci provo nemmeno a farmi stare bene il silenzio che sa fare cadere la neve, io non ci provo nemmeno a fare resistenza alle spire del vento mentre il nostro amore si crede fuoco ed il fuoco odia spegnersi. Io non sono un uomo che si adatta alle stagioni, io qui ci sono caduto, addirittura stavo strangolandomi col cordone ombelicale, io non c’entro nulla con l’esistenza.

Io sono soltanto la rassegnazione, mi si ama per rassegnazione, perché prima di essere poetico sono patetico, sono fragile, interdetto alla felicità come la rugiada è costretta a non appartenere al giorno e quindi si scioglie. Eccomi qui, a sciogliermi. Per favore odorate le foglie di ulivo, la pelle degli altri, la strada quando rimbalza le voci dei bimbi dai vicoli, il mare quando si fa i bigodini arricciando le onde. Voi che ci riuscite, fatelo. Io, chissà se una volta che riterrò di aver cantato tutta la poesia possibile, non sopporterò più questa costellazione. Come non sopporto l’amore, questo svelarci, questa cosa di toglierci la coperta e darci un tappeto di brividi. E non sopporto te perché mi fai sanguinare come farebbe una freccia conficcata nel fondo del mio petto.

Mi ucciderò forse, in un momento qualunque, ovunque, e, soprattutto, comunque. E non mi dovete giudicare soprattutto se non siete stati capaci di andare oltre fino al dirupo dove invece ho deciso di trascinarmi io. Mi ucciderò, forse, dicevo, e se lo farò nessuno si dovrà permettere di dire che sono stato lasciato solo, perché non sono mai solo. Sono la persona più assistita al mondo, gratuitamente. Un’eccezione nella storia della poesia. Non osate dire che mi sono suicidato perché da poeta sono stato abbandonato. Mi sono suicidato perché ti amo. Perché l’unico amore possibile per me è quello non ricambiato. Perché ricambiarmi è impossibile se non nella scelleratezza di un tempo breve come il cadere in un pozzo piombando nel fondo. Perché quando tutti alzano lo sguardo verso la luna pensano solo, egoisticamente, a quanta sicurezza ispiri averla come cornice. Invece io sento tutto quello che la luna dice; così sola, così bella, così condannata a non incontrare il sole di notte per un amplesso ingenuo e romantico. La luna ha questo bisogno immenso d’amore. Come me. E se ne vergogna. Come me.

Io mi suiciderò, se lo farò, per un orgasmo di vita, per il tempo preciso in cui tu mi  guardi in un profondo ed improvviso silenzio e mi spalanchi tutto l’amore che trattieni. Non ho più parole per tutto ciò. Per queste stesse cose che anche a te suggestionano uno sgomento infantile, un sorriso nuovo, una voglia indelebile di un amore che strappi i capelli ancora, di nuovo ed ancora. Perché se non è devastazione e immediatezza, se non è pericolo impellente e delirio, se non è fiamma e perversione, ti prego, non chiamarlo amore.

Sigillate la vita, sempre, anche solo per la ragione del dare, anche per un pezzo di buio, anche per l’imbrunire nelle tue pupille quando leggi una riga di poesia o quando riconosci tutto l’amore che non hai se mi guardi gli occhi. Sigillate la vita anche per un sollievo di nuvole o uno starnuto di mare. Abbiate il filo celeste della grazia, una cortesia spregiudicata di tenerezza, questo arcigno, impossibile, portarsi, per tutta la vita, tutta quanta la vita.

Onore ai suicidi. Onore e rispetto. Ammirazione per chi esercita il libero arbitrio fino a farci intravedere il canto, lo scuotimento dell’esistere, lo spartito in cui ci ha dimenticato dio.

Farla finita è il paradosso di aggiungere vita, è la veglia infinita dell’eternare un amore altrimenti a tempo. Il suicidio è il più lungo degli addii, più di una notte quando ascolti le tue birre, quando lei sai che esce dalla doccia e lui, se la guarda, lo fa distrattamente. E tu, invece, non saresti distratto, ma le diresti il tutto che si nasconde dentro un pugno di poesia, le diresti il ridicolo dell’amore che piove d’incanto. E proveresti a fare ventilare il meglio in un atto di dolcezza e violenza sana. In pratica amandola. In pratica facendoci l’amore come si ama la vita. Ed amare la vita è lo stesso motivo per cui accarezzo la morte. E per cui onoro i suicidi.

Cesare-Pavese

P.

 

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Oggi il sole mi ha detto

Gli amici me li immagino, ora, a camminare al sole, ad imparare altri futuri dalla salsedine che li sfiora vicino a questo Adriatico. Si fermeranno, poi, per un aperitivo che celebri tutti i tuffi del cuore che li hanno resi uomini, che le hanno rese donne. C’è troppa gente sul litorale, a sgomitare un accenno di primavera, a respirare una parvenza di rinascita per schivare tutti i pugni sullo stomaco con cui la vita ci colpisce. Ed eccoli lì, i miei amici, scorticati dal dolore di passi incerti, eccoli lì come monumenti che sono diventati presìdi, simboli di battaglie e dignità. Eccoli lì a ridere di aneddoti e battute per stringersi più forti e dimenticare il male di vivere. Per allontanare il frastuono di questa guerra coi sensi di colpa, coi treni persi, con le parole degli altri, con l’avvenire che li cambierà. Li immagino bellissimi tremare di incontenibile amore, rovesciarsi in abbracci per eclissare i passi sbagliati, sollevare un drink e brindare a questo spaventoso volersi bene. Ma io oggi non ci sarò, non sarò lì a trattenermi lacrime di gioia, a godere dei loro baci e sorrisi che schiudono un preludio di aurore. Non ci sarò perché la bellezza non conosce tregua, perché mi esplodono gli occhi di pensieri e maree, perché mi sono invecchiato di ricordi, mi sono perso nel mondo dentro i pastelli del cielo e dentro le donne. Mi sono perso nelle stazioni, nelle dichiarazioni, nelle promesse di felicità, nelle notti infuocate di corpi, nelle adiacenze tra il pub ed il deserto degli abbandoni. Mi sono perso nelle donne con cui potevano essere vertigini, ma sono stati miraggi, mi sono perduto nelle lontananze, nelle sbornie per pesare le ferite del cuore. Mi sono perso nelle donne inseguite nelle poesie e in quelle attaccate al muro una sera che la luna era un accidente di falce.

Non sopporterò l’ulteriore dramma della compagnia, di questi amici che non mi fanno crollare di affanni, che hanno colonne di silenzi a me mai sconosciuti, che hanno storie acquartierate nei segreti, che non sanno di essere dipinti dal mistero sospeso che fa innamorare i fiori.  Doveva andare così, che c’incontrassimo fino a sceglierci, che  ci denudassimo fino all’amore, che diventassimo la prepotente estasi di una preghiera issata alla verità. Doveva andare così, che ci condannassimo alla benedizione del cosmo, che c’intestardissimo nel girare lo sguardo là dove si lotta per qualcosa di migliore.

Oggi sto male perché sto bene. Perché non c’è niente d’infallibile in questo andare senza sapere fino a quando riusciremo ad andare. Perché il sole un giorno smetterà di pulsare liquefacendosi nel creato, ma solo dopo aver custodito l’ultimo ramo dell’ultimo albero, solo dopo aver stillato un’ultima polvere di luce per depositare un ultimo miracolo. E ce ne andremo anche noi, prima del sole, e con meno clamore. Toccherà a me aprire le danze, a lasciarvi come adesso vi immagino: carezzati di salsedine, a sollevare un drink in memoria di me, ad abbracciarvi l’un l’altro per dare significato ai secondi e per non farvi spezzare dal dovere ancora andare senza sapere fino a quando riuscirete ad andare.

Prendete un altro cocktail, quindi, abbiate cura di voi e fate in modo che sia valsa la pena farsi così male di tutto questo maledetto volersi bene.

Spring toast

P.

Aspettando il paradiso

In questa vita di trincea, dove non ci aspettiamo più niente, siamo sempre in attesa di qualcuno. Capita che  senza accorgercene si risveglia in noi un bene perfetto. Succede ad ogni latitudine; nonostante certi approcci sbagliati, certi svogliati like nei social, certi schiaffi presi a mano piena. Succede. Accade che dietro un angolo di cielo brucino le parole dei poeti impazziti dinanzi alle sentenze delle Muse. Accade che l’orizzonte ci porti sempre più via, ci allontani da questa piccola smania che è la spavalda fortuna d’esser nati. Perché c’è toccato stare qui a ghignare un gemito quando siamo nati, poi giocare a nascondino e, un attimo dopo, dover fare gli adulti e doversi sobbarcare la legge del corpo che non sempre asseconda i desideri. E sulla pelle ti accorgi che dietro le tue spalle è passato tanto tempo, troppo tempo a timbrare il cartellino e sincronizzare la sveglia. Passa troppo tempo a sudarsi uno stipendio che al confronto della nostra amicizia proiettata verso l’eternità, non vale un cazzo. Passa troppo tempo nella maniera veloce del lampo durante il temporale, e quel che adesso di tempo ci rimane, è l’istante di un occhiolino, la frazione d’attimo che ci separa dalla fossa.

Per tutto questo ci ammaliamo di sorellanza, d’amore, di cazzate da fare, di sentimenti confusi, di spontaneità e refusi, di una canzone nuova che c’avvinghia la memoria. Tutto qua? Sì, è tutto qui. Particelle, errori, microcosmi, amigdala, urina, feci, sogni presi a pozzanghere. Eccolo l’orrore del vivere, ma anche l’incredibile privilegio di esser passati di qua. A volte sottobraccio a sorpassare i nostri affanni, come io e te, così distinti, così oceani, così incancellabili persino a dio. Siamo questi battiti che scuotono il petto, la somma delle nostre cicatrici, i tuoi silenzi sciolti dentro i tuoi occhi che sbugiardo appena ti accanisco le mie pupille addosso, appena mi dici “ciao” alla maniera di una verità.

Ma a cosa può servire questa vita mia di poeta se intorno mi scherniscono le leggi, le regole sociali, le pagine di storia, le ipocrisie? A cosa mi serve continuare il respiro se le parole non hanno seguito nel mondo? Se non sono sacre? Se persino le tue di parole, quelle più belle delle mie, quelle che sai tacere, non hanno una casa se non dentro quest’anima?

Prometto, quindi, a questo punto, che non attraverserò nessun giorno, mai più, che non abbia il portento dell’amore, che non abbia l’ausilio di una fantasia, che non abbia il credo di una fede, che non palpiti di te come il vulcano dalla lava. Non indosserò più nessuna lacrima che non abbia il peso della tua magnificenza. E quando morirò lo farò prima di te, lo farò per te. Lo farò per avere un’altra scusa per essere io quello che ti aspetterà ancora. E sempre.

mare

P.

 

Se sabato è un po’ domenica

Completamente senza pace e con la velocità del dolore che fa più giri nelle mie vene, sto qui ammalato di marzo, esasperato dai non detti, nervoso perché non ho da bere sottomano. Completamente preso dall’urgenza di leggere, toccare i libri, annusarne qualcuno, emozionarmi, giovarmi di questa aria poco incline a sbatter via la polvere. Oggi, sabato, è un po’ domenica, e la strada da camminare fa sparire i rimasugli di felicità ai quali ci ancoriamo ancora. La città mi fissa con le sue penombre, le coppie, scoppiate, trascinano un passeggino con 8 kg di futuro prossimo. La verità tutti l’hanno segregata dietro una carcassa di ipocrisie.

Sabato, oggi, mi disturba così; con le tv accese nei bar, con le signore imbalsamate e l’ebete su instagram che fa l’influencer. Ma nel mio cuore corrono le nuvole e si schiantano nella tua bocca soffice e fanno, dei tuoi pensieri, dei baci al cotone. E mentre respiri mi spogli di ricordi, assenze, abbandoni e porti profumi, ossessioni, delicati erotismi e virili contorcimenti. Tu che sai scagliare l’orizzonte nella Poesia quando la bellezza si distrae ed abbandona per un attimo i poeti. Tu che mi parli tantissimo quando taci, tu che sei abituata alla mia stanchezza, tu che mi popoli di te, che avvinghi il tempo a questo nostro mondo di vicende e approssimazioni. Tu che hai reciso i miei sguardi con le tue pupille crollate nelle mie. Tu, questo sabato che è un po’ domenica, sei sempre più con me dentro questa fottuta distanza, dentro quello che ancora non sappiamo si farà gesto o fallimento, prospettiva o stagnazione, amore o morte.

Intanto adesso è un altro sabato di tanti sabato in cui ho peggiorato i miei difetti, ho ascoltato i riflessi del tramonto, ho creduto di farmi a pezzi. Intanto questo è un altro sabato in cui qualcuno resta a casa a fumarsi le canne, qualcun altro fa l’alieno all’ikea, qualcuno rimugina sul suo tumore, qualcun altro aspetta faccia buio nella noia dell’apatìa. Poi c’è chi invece deve sistemare la terra, chi pensa al prossimo concerto del suo cantante preferito, chi studia per un esame, chi fa far poppate ad un figlio, chi è genitore ma pure amante. E poi ci sono i poeti che rincorrono i giganti, che giocano con le margherite mosse per un ballo con un venticello dolce. Ci sono i poeti che si struggono pure per gli amori degli altri, per tutte le storie che iniziano e quelle da rifare, per come un tossico si piscia addosso steso su una panchina, per come l’amore è passato ed ha lasciato l’atomica.

Oggi, sabato, è un po’ domenica, e ne ha portato di sale sopra le cicatrici, ed ha intrappolato tutte le lacrime, ed ha confuso quello che siamo nell’indecenza scandalosa di quello che proviamo. Qui si vive solo nell’abbastanza, nel riordinare 2 cose per perderne 100, nell’impazienza di un negroni che ci tocchi ogni angolo di bocca. Sotto un cielo che ogni giorno si dimentica un miracolo, sopra l’asfalto che ogni notte fa passeggiare le ansie. Oggi non importa se è sabato ma sembra domenica, oggi conta non lasciare indietro un bacio, conta non lasciare indietro un bicchiere di vino, oggi conta andare a prendere chi ti salva di continuo e lasciargli la tua carne, i brandelli della tua anima, il tuo firmamento d’amore, lasciargli tutto dentro un abbraccio.

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P,

Le cose non vanno mai come vuoi

Le cose non vanno mai come vuoi. Ma mai per dire mai. Che poi tu alla vita ed alle sue cose ci credi, ci credi anche ai progetti con cui ti sei integrata alla collettività, per cui hai costruito con paura, sacrificio, sentimento, qualcosa di ufficiale. Però anche se tutto ha un suo ingranaggio, se ottieni conquiste, se realizzi tue volontà, arriva sempre un momento, qualcosa, qualcuno, che ti fa vacillare i nervi, che ti costringe a scandagliare il cuore, che ti obbliga ad essere adulta ed a riconsiderarti, a sentirti viva. Succede a tutti quanti, prima o poi. Accade nell’ordine delle cose perché siamo fatti di ininterrotti torti, di presente che rimugina il passato, di aperitivi giustificati dagli abbracci. Perché è l’altro che può riconoscerci quando noi siamo bravi solo a smarrirci.

Ed è inutile allontanare i pensieri, perché le parole ti raggiungeranno sempre, t’inseguiranno fino a costringerti a reggere il peso dei tuoi occhi, così infittiti di bellezza da irritare Venezia. E passano i negroni, le spa, i giochi a perdere, l’infinito silenzio che s’accanisce nel cielo, passa tutto e tutto resta. E’ questo che ti brucia: tutto quello che rimane, che s’annida, che fa brace pezzi del tuo cuore, sovverte l’anima, ti chiede di scegliere, ti fa imprecare e ti lascia sulla pelle notti piene di artigli.

Ma se ci rifletti, non succede niente, non ti fotterà nulla. A te è il sole che sconquassa, è la violenza del destino, è la tua cazzo di insicurezza che ti fa tremare se passa qualcuno a chiederti l’orecchio per sussurrare sbilenco amore. Non ti succederà niente, se ci ragioni su, perché hai dirottato pulsazioni e inciampi, perché ce l’hai sempre fatta. Perché sei tu.

Che ora è, adesso, per i poeti? Chi c’è di imprendibile in questa epoca di sentimenti relativi? Che atteggiamento ha la luna nel continuare a fissarci? Cosa depositiamo al mondo quando la stanchezza ci lascia cadere il telecomando dalle mani? Che cosa vuol dire amare? Che cos’è una promessa? Chi siamo veramente?

Boh. Forse io per questi enigmi scrivo, forse tu per questo sorridi, forse per questo è nato il Varnelli, forse per questo cerchiamo il mare e cadiamo dentro le canzoni. Per questa salsedine, per questi amori spezzati, per le volte che gli amici ti allungano la vita o, semplicemente, te la nobilitano.

Prendete una sera qualunque, lettori miei, in cui inciampate, in cui non vi bastano le birre, non vi bastano le certezze, non vi bastano i successi, gli andirivieni ed i riconoscimenti. Prendete un vostro passo qualunque: figli, matrimonio, casa, lavoro, compromessi, soldi. Niente riempie il grande mestiere di vivere, dove si muore una volta sola, ma per il resto, tutti gli altri giorni, si vive.

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P.

Maalox e San Valentino

Il maalox, a San Valentino, lo estrai sempre dal cassetto della tua farmacia casalinga per averlo pronto all’uso. Fuori è quasi primavera, ma ti senti l’inverno cristallizzato dentro. Il gatto se ne frega e si lecca la zampa. Intanto non passano mai le ombre di chi ti ha abitato, i tempi sbagliati delle vecchie scelte, l’idiozia di come ti punisci adesso. Le canzoni non aiutano che oggi timbrano il cartellino della ricorrenza. Tu gridi un incanto che t’accada, che ti liberi come gli amanti s’intrecciano di corpi sotto le lenzuola, ma c’è solo silenzio. Il tuo San Valentino è sopportare, sperare passi in fretta questo giorno dove i fiorai hanno il loro daffare, dove sei una delle tanti che non riceverà rose o cioccolatini,  non dovrà leggere una lettera di carta, scritta a mano, così antica e così bella. Non dovrà affacciarsi alla finestra per rispondere ad una serenata, non vedrà un uomo, il proprio, chinarsi al ristorante tra i riflessi del vino e chiederle la mano.

“Occhio non vede cuore non duole. Al cuor non si comanda. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Il primo amore non si scorda mai. Amore con amor si paga. L’amore è cieco. Sfortunato al gioco, fortunato in amore.” Ne hai sentiti di proverbi e raccomandazioni, presunte perle di saggezza e consigli sbattuti in faccia. Non hanno spiegato nulla, non sono serviti a niente, non hanno verità, non valgono sempre, non risolvono mai. Che poi, non chiedi molto; un abbraccio stretto a chiudere la giornata nella certezza del sentimento, la giusta tenerezza e la giusta distanza, uno spericolato perdersi nei sensi seguendo il vento fino alla pazzia del mondo. L’amore: questo, impazientemente, attendi fluisca. Per imparare il respiro, per chiamare per nome i brividi, per gli anni passati sospesi, per vivere certi arcobaleni non ancora attraversati, per sentir dirti, a occhi spalancati, quanto sei bella…

Oggi comandano gli innamorati, quelli che invidiamo solo per un attimo, ma che tra un po’, probabilmente, scopriremo avranno terminato la luce e la fiamma, li troveremo sostanti e rassegnati, adagiati nella routine, seduti insieme a sbadigliare davanti ad X-factor. Le viole sfioriscono e tu non sei fatta per questa terra sminuita dagli uomini, tu non sei fatta per San Valentino. Tu sei fatta di Poesia, della stessa Poesia che ha ammazzato i poeti, che li ha disperati, li ha lasciati senza via d’uscita perché complici di un amore grande più grande del grande amore. Poeti che “hanno spostato i fiumi con il pensiero”, che hanno pagato con la vita il sogno di un nuovo modo di provare amore. Tu sei fatta di tutto il mistero del mare, di contorni di musa, della stessa stoffa del jazz.

Oggi è San Valentino ed il tuo maalox è la cicuta, e te ne stai nel tuo pigiama di angoscia stesa sul letto e spettinata. E solo io ti scrivo, forse perché mi sento solo come te, forse perché ho certe baldorie di sesso come te o perché alla faccia dei baci perugina mi piace il pensiero che ti toccherai, che mi toccherò, che risponderemo agli insulti dei confetti da supermercato con la lingua sulla pelle passata a lambire e provocare. O che so, ti scrivo perché sono io il tuo ragazzo, quello che quando saremo ai saluti alla vita, ti accorgerai che avrà sofferto con te per tutto il tempo. Ma questo non ha importanza. Non è una vicenda degna di nota. Però oggi ti chiedo di non prendere il maalox, ma di guardare come le tue carni meravigliose scoppiano dal vestito, di ritornare alle scosse dei miei occhi di balordo incatturabile. E di scusarmi se il meglio di me è stato anche il peggio di me. Teniamoci la setosità delle nuvole, tutte le volte che siamo amore, questi squilibrati giorni a bramare passioni invincibili, fughe, ribellioni, indecenze infuocate, sconnessioni dal mondo, lunghi amplessi, odori eccitanti, sapori di comete e questo malandato inabissarci nell’anima.

E’ un’andata senza ritorno la vita e, per quello che vale, puoi viaggiarla con me.

Buon San Valentino.

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P.