Manifesto esistenziale da sopra la tazza del water

Sto seduto sulla tazza del water, non per defecare, ma per ricerca di una privacy in quanto ostaggio di muratori ed imbianchini, padrone di qualche metro. Ho il materasso sul terrazzo e la casa che sembra Kabul. Tutti i miei muscoli sentono il fastidio e la rabbia, le rotture di coglioni e le perdite di tempo, i discorsi a cazzo e, soprattutto, la sconfitta della Poesia là fuori, nella via, appena dietro l’angolo. E la mia anima avverte, ad un metro dal primo ombrellone, ad un secondo dal cielo, la disfatta dell’amore. Le epoche capovolte, la filosofia ridotta a circo delle vanità, la psicanalisi trasformata in moda. Vedo la musica ridimensionata a contorno di sottofondo, verifico il giornalismo adoperarsi ad esistere come fortino dei pennivendoli, la politica costruirsi in una scorciatoia d’interessi. Vedo la Scuola tenuta su dagli ultimi temerari dell’insegnamento sotto un tetto barcollante. Osservo la religione farsi Stato e restare impero, noto il cinema dividersi in potentati.

Non mi piace più nulla di questa vita se non i sentimenti autentici e rari, i capricci di un gatto, la tua fichetta bagnata che duplica le eclissi ad ogni orgasmo o mordere una prugna succulenta. Amo confessarmi da uno scoglio del molo della mia città e bramo i tuoi occhi che sanno di me più di mia madre. Non mi piace più nulla se non la vecchia letteratura, la vecchia musica, il vecchio cinema, i poeti morti, gli antichi filosofi guerrieri del Pensiero. Non mi piace più niente se non quel tuo neo piazzato lì che mi fissa strano, la tua voglia segreta di sdraiarti con me, tutte le volte che, sbagliando, ti freni un attimo prima di sfasciare tutto.

Mi piacciono le parole ancora non nominate e mi annoia stancarmi di sentire voler male. Non mi piacciono le soluzioni bensì le complicazioni, non sopporto più il pragmatismo ma solo la passione, non mi va mai di stare a naufragare nella normalità e persino ad un ciao preferisco un addio se prima c’è stato tutto il nudo di noi due. Non mi piacciono le assemblee, le manifestazioni, le riunioni a blaterale sui regolamenti, i cavilli, i soldi, la pratica quotidiana amministrativa. Mi piace il cerchio se non si sa che dire paralizzati dalla bellezza o se ci si tuffa nell’intimità e si condivide guancia a guancia poche smorfie di serenità. Mi piace il vino quando riconcilia, adoro le fragole quando urlano il bosco dove sono state, il tuo sorriso quando acquerella di rosa il tramonto.

Ne ho abbastanza delle tessere, dei bollettini, dei decreti, delle volgari ancelle del potere che incitano razzismi, ne ho fin sopra ai capelli dei pregiudizi, delle ipocrisie, della televisione. A me vanno bene gli spinelli, lo staccarsi di foglie che mi ricorda che dovrò levare le tende, il pavimento freddo dove strapparti le mutandine, penetrarti e rotolarci,  tu con la chitarra che insegui un sogno colorato come lo cerca Dorothy ne Il mago di Oz.

E mi disturbano tremendamente quelli che si sono arresi, che fanno da suppellettili al divano, che dicono di non avere più l’età per un guizzo, che crepano ogni ora di prudenza, che si nutrono di particelle ordinarie e non si sfilacciano mai in un breath play della vita…Basta! Tutto deve avvenire addosso all’epidermide, infilarsi nei pori, rovistare nelle vene per ribollire il sangue, per incantenarci all’esistere. Tutto deve dipendere dalla precarietà, dal dramma dell’assenza di significati, dall’assedio della tua voce che rimbomba quando il mio letto è vuoto del tuo corpo. Qui non bisogna soltanto sperare che qualcuno ci venga a prendere, occorre sapersi far venire a prendere. Ci vuole un cambio di rotta, non un’inversione ma un’eversione. 

Ecco a cosa serve la Poesia, a custodire la sovversione, a decodificare il dizionario della ribellione, a scovare, la sola a farcela, il ritornello che suona dentro di te. Per questo ai poeti gli si può dire tutto perché, quel tutto di te, lo hanno già indovinato, addirittura perdonato poi amato ed intrapreso più volte. E qualcosa cambia per sempre.

E qualcosa sembrerà per sempre.

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P.

Nessuna, nessuna più

Tirare i pugni al cielo è solo un modo per urlare qualcosa in questo fregarsene collettivo, in questo ammalarsi di ricerca d’un senso, in questo sport ad odiarsi, a scomodare malignità dalle smorfie della bocca o smanettando la tastiera del pc. Non ho, oggi, nessun coraggio a cui aggrapparmi. Non ho abbastanza vino, non ho abbastanza offese a dio da pronunciare, non ho più nuovi rimpianti per quanti ne ho lasciati sul culo di una bella ragazza in una notte geniale. Non ho nuovi rimpianti tranne il ricordo di qualche maledetta sbornia che non mi dovevo prendere o di quella volta che ho perso tutto per essere diverso da tutti. Ho soltanto l’imbarazzo, attualmente, delle distanze, delle visioni lontane di passate primavere, le angosce mai superate per non esser stato bravo a fare l’arrivista. Ma non ho neppure l’umore per innamorarmi nel silenzio, per affollare d’immaginazione questi miei prossimi 41 anni parcheggiati nell’urgenza di poetare. Non ho più l’età, non sono mai stato dentro gli anni, non so più quanti temporali ho vissuto mentre gli altri si sdraiavano al sole per la tintarella di una gioia. Non ho più niente da saper fare perché non ho mai saputo fare nulla se non tornare nel viale degli addii. Dell’amore ho capito l’incanto senza saperlo insegnare, ma non ho idea di come trattenerlo. Ultimamente sono abile anche ad allontanarlo. Persino in questi periodi dove una pandemia avrebbe dovuto rivoluzionare tutto e dire alle donne ed agli uomini che i loro corpi sgraziati, imperfetti, destinati all’oblio, devono celebrare il clamore del nudo, il lutto della vita, il miracolo di ruttare all’esistenza, il singhiozzo di un’erezione, lo scherzo dei seni sopra il cuore, il culo di femmina che sorride scoperto al cielo ed il tuo quando distrugge le mie certezze uscendo imperlato d’acqua dalla doccia.

Ho visto i cani randagi vomitare brandelli di sacchetti della spazzatura nelle notti profonde in cui nessuno nell’infinito è lì a consolare. Ho visto gatte in calore sbraitare e gatti, impazziti di natura, volersele montare. Ho visto la devastante solitudine dei poeti, rannicchiati nel dimenticatoio degli ultimi, assassinati più volte dalla mancata compassione. Ho visto cimiteri schierare ipocrisie e ospedali schierare parodie. Ho visto donne generose diventare macchine del sesso, depresse, ma che la sanno vivere solo così questa vita di delusioni, affronti, incontri sbagliati, futuri cancellati.

Ma quanti alla fine vivono la vita che volevano? E non è, però, molto peggio, poter cambiare il proprio destino e scegliere di non farlo per timore delle conseguenze? E’ meglio orientarsi tutte le volte e non trovare mai sentieri nuovi o è preferibile perdere la bussola e scoprire lidi d’altrove?

Siamo ai soliti discorsi solo che intanto il tempo passa e non ci raggiungiamo mai se non legandoci platonicamente. Non ci accarezziamo più se non nell’indistinguibile onirico del vento. Non ci cerchiamo più se non ad un passo dalla fine o comunque in soluzioni fuori sincrono.

Ma bando alle ciance! Io sono colpevole. Colpevole di scrivere, colpevole di ripetermi, colpevole di sabotarmi, colpevole di non voler differenziare l’amore dall’innamoramento, di non volere amanti se non completamente dedite alla Poesia ed alla mia quotidianità circense. Non voglio più nessuna con cui immaginare vette stupende, con cui finire alle offese, con cui firmare la resa. Non voglio più nessuna che giochi col mio cuore, che si penta della scelta perché non posso essere governato, perché con me ci sarebbe la passione e il baratro, l’adrenalina e il disordine, l’entusiasmo e le catene della scrittura e le stagioni mischiate e le visioni e le ossessioni e le pantomime e le bestemmie e i respingimenti e la mano sul culo e l’altra a tenere la penna sopra il foglio e i fantasmi ed i ricordi e pianti come frane e notti che “ma dove cazzo stai?” e sale sulle ferite, autolesionismi, maniacali disagi, nottate accasciato senza pace…

Non arriverai mai più per me a dirmi addosso, sotto casa o in riva al mare, che adesso e per tutte le malefatte che farò, tu sarai con me. Non ci sarà una lei, tu non abiterai in nessun’altra donna, non verrà nessuna strega a raccogliere un 41enne più triste di un motel, più inadatto al mondo di una sassata d’irrazionalità. Non ci sarà nessun altro amore a proteggere secoli di Poesia come una Musa, come un’amica che m’ha adottato, come la solennità di un pianoforte, come il dolore quando parla ad un altro dolore.

Ecco chi siamo tutti noi in questo passaggio di tempo incidentato con la terra: dolore che conosce un altro dolore e che si riconosce ovunque. Probabilmente questo si chiama amore.

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P.

Hallelujah

In questo lockdown a cui il virus ha dato il belletto, probabilmente ci sono state impetrazioni sconce d’egoismo, avvilite dalla sottocultura, assediate da rimbalzi di inutili frenesie. Andava meglio il silenzio, in certi casi. Ma resta comprensibile lo spaesamento che la covid19 ha generato e la paura che non distraeva mai dalla morte. Punto e a capo, a ben pensarci. Tutto il concetto della morte semplicemente si è amplificato. Tutta la vita a temere di morire. Ma la morte non è mai il contrario della vita, ne è semplicemente l’unico fermo immagine, la clip finale, il punto d’arrivo di qualsiasi cosa ti sei lasciata indietro. La morte è l’altra faccia dell’inizio e, nell’intermezzo, butti su qualche preghiera per un battito in più che serve solo a prolungare il non senso di tutto. La vita è uno spazio indifeso che ignora il tributo del creato al nulla e si fagocita da sola fino al niente. Non ricordiamola la vita, non dedichiamole una via nell’universo abbandonato già dal big bang. La vita va soltanto celebrata tacitando le banalità, diventando una pressa se c’è un abbraccio, diventando una fontana se piangiamo assieme, diventando abbandono se ci ritroviamo amanti, diventando salvezza se si fa Poesia, diventando tutela se ci difendiamo, diventando droga se non ci resta che la sopportazione. Diventando ribellione se vogliono imporci il sadico nelle carezze.

Le curve dei borghi, i paesi di ciottoli, i vicoli ebbri di storia, i muri senza sbalzi di ombre, i fiori sorti per traslitterazione di vento e pollini ed incisioni divine…mi sembra di vedere tutto questo quando stoni un sorriso dentro le mie tormentose malinconie. Ci sei tu quando una canzone che ci piace si fa liturgia dell’incontro e aiuta la fine della cattività della Poesia. Ci sei tu quando la vulnerabilità che mi dimora l’anima diventa un coraggioso interrogare il sapere. E’ che siamo fatti anche dalla mente; ch’è una spelonca, che è apportatrice di dannazioni e macerie. La mente ci allunga la strada per allontanarci da ogni potente hallelujah, ci distanzia dalla preghiera. E la preghiera, quando s’innalza, non è un elenco di pretese bensì il filo che lega il palloncino alla mano di un bambino, è l’immensità in uno spicchio di celeste, è la frattura tra il reale e l’altrove. La preghiera è un’uscita di sole per un accenno di senso, è il gioco vivo d’una maniera di Poesia, è un ripensare al vento. La preghiera è un hallelujah di un fiore che resta ostinato a dischiudersi se lasciato in una tazza di lacrime.

La vita va vissuta in piedi prima di sparire. Con un po’ di voglia d’amore e una sequela di curiosità per pigliare a pugni lo schifo. E poi abusare d’ironia perché tanto si deve precipitare nelle ceneri. Ecco perché io farei all’amore con te: per dimostrare che tutti quei bicchieri di vino sul comodino me li sono meritati. Perché io qui ci sono rimasto nonostante tutto, ed ho provato a far arrendere gli uomini alla Poesia ed allo scherzo che siamo. Farei all’amore perché devo essere risarcito: come te. Alla fine, forse, scrivo soltanto per raggiungerti anche se so che non è vero, io scrivo per distinguerti nel non senso di esistere. Che qua, a volte, serve solo farsi un sacco male.

Ma io che non credo in dio ve la voglio sbattere in faccia la nobiltà della preghiera scevra da religioni, ma in piena significanza: insomma di un hallelujah. Non c’è più bella attesa che quella di onorare una preghiera nell’emozione di non saper che dire. Ma la preghiera c’insegna a rotolare lo spirito ed a sentire quanto sia fondamentale tutto questo nulla per amarci di più. Ed ergere piramidi, disegnare sedie, avere visioni, ingannarci coi miti, fare sesso con il teatro, fingere di dimenticare di ricordare i guai se al cinema due si baciano arresi.

Oggi è il compleanno di mio padre. Mamma ha preso dei pasticcini. Per la covid19 ed il lavoro che faccio mangiamo separati. Dalla mia camera ho sentito che hanno telefonato le nipotine ed hanno chiesto a mio padre cosa vorrebbe per regalo. Lui ha risposto: “Non voglio niente, mi basta che scrivete una poesia”. Non sono stato capace di andare di là ed abbracciare chi mi ha messo al mondo. E poi mi veniva da piangere ed avevo il nodo in gola e se mi sbottonavo pensavano che ero ubriaco e si preoccupavano. Sono 40 anni che conosco mio padre ed è la prima volta che lo sento nominare la parola “Poesia”. Ma sbaglio io a spaventarmi, perché la Poesia è la sola cosa che può accadere sempre e che tutto può far accadere. Dovrei saperlo anche negli affari irrisolti di famiglia. Dunque realizzerete che la Poesia è come un halleluja; la preghiera autentica non ha nessun dio e nessun padrone, ma nella preghiera tutto può accadere.

E perciò finisco questo pezzo tornando al mio immenso desiderio di ricongiungimenti: “non esiste niente più di te che io possa domandare a una preghiera”. La cantava Patty Pravo. Adesso è la sola voce che riesco a sentire per un pianto che ama l’amore perché l’amore non odia l’odio. Perché tanto si muore. Ma, nel frattempo, che sia tutto un halleuja.

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P.

Giocare

Perché nel pieno dell’emergenza, bloccati in quarantena, sballottati tra fase 1, 2, 3, in ansia per la strage degli anziani, per il posto di lavoro, per il collasso del sistema sanitario, abbiamo messo da parte i bambini? Perché li abbiamo, come sistema e società, assoggettati, privati dei parchi, dei nonni, della scuola, delle attività in strada, irregimentati nelle costrizioni, offesi per decreto, fatti imprigionare dal potere?

Sono consapevole che, si tutelava la loro salute. Ma proprio per questo non si è immaginato un altro modo di proteggerli se non relegarli al silenzio dentro le quattro mura. Sicuramente nei nuclei familiari sani è arrivato addosso un tempo pieno all’improvviso, un bel stare dentro la ricchezza dell’impegnarsi per i figli. Di certo sono state ore di grazia e fame d’amore. Ma non possiamo nasconderci che i bambini li si poteva proteggere non soltanto evitandogli i contatti e lavando loro le mani, ma imparando dal modo che hanno di incontrarsi con i giorni.

Una comunità, la nostra, di impasticcati depressi che non dorme più, affogata nelle tristezze del quotidiano, che non sa apprendere dai bimbi, che li tiene lì nella sbagliata distanza. Una comunità che è il problema mentre finge di non esserlo. Ma dalla Siria a Malindi, da Collodi a San Pietroburgo, da Wuhan a Lampedusa, da Civitanova Marche alle banlieu di Parigi, dal Bronx a Buenos Aires i bambini ci guardano. E per ogni granello di terra hanno milioni di fantasie. E sono nati, quasi tutti, perché due genitori si sono amati come in un girotondo attorno ai templi di Agrigento o come un randagio ed un barbone, come un poeta e una prostituta, come la suora ed un’imprudenza, come il Pensiero e la Letteratura. Come la malinconia ed un pagliaccio.

I bambini sono la fiducia che si dà all’amore. La stessa fiducia che ha la natura nella terra; perché per fare l’albero ci vuole il seme, per fare il seme ci vuole il frutto, per fare il frutto ci vuole il fiore, per fare il fiore ci vuole il ramo, per fare il ramo ci vuole l’albero, per fare l’albero ci vuole il monte, per fare il monte ci vuole la terra, per far la terra ci vuole un fiore…

Per fare tutto ci vuole un fiore!

Per fare tutto ci vogliono i bambini!

E allora, che vita adatteremo alla nostra prossima vita dopo il covid? Bisognerà iniziare dai bambini, mollare la morsa del monitorarli, smetterla di torturarli per ore fermi tra i banchi della classe, di asfissiarli con le ansie, indurli alla competizione dentro programmi scolastici. Allarghiamo le loro autonomie, quindi. Incentiviamo le curve anche se la strada non è bianca, capovolgiamo i preconcetti sulla formazione, lasciamoli curiosare, rubare la marmellata, conoscere il vento, disordinare il nostro ordine. Perché se non capiamo che tutti gli impedimenti dettati ai piccoli, tutte queste restrizioni e pignolerie sono fandonie utili per la loro coercizione, non assorbiremo l’essenza. I bambini devono giocare, apprendere da schiamazzi e fango, dall’esempio non della madre e del padre solamente, ma della comunità. Però c’è una collettività che da quando abita il mondo si è sempre più spostata nell’individualismo anaffettivo mentre invece è la condivisione l’unico ventre materno che può far da chioccia al degrado sotto il cielo. Ed allora sarebbe utile iniziare a chiedersi domande investendole del dubbio oggettivo che tutto stia andando a rotoli.

Che cosa ci siamo dimenticati come società? Cosa ci siamo dimenticati indottrinandoci nel totalitarismo delle regole? Cosa ci siamo preclusi? Ci siamo dimenticati dei bambini! Ci siamo dimenticati della sola rivoluzione possibile che è quella che ti fa avere la curiosità. Ci siamo dimenticati delle fiabe. Ci siamo dimenticati che i bambini imparano da soli tramite strumenti ludici propri. Ci siamo dimenticati di giocare. Non c’è più un’allegria nelle nostre case. Ci siamo sicuramente scordati che l’infanzia esiste per strappare tutte le legittime scoperte, tutte le gioie prima che le rievochi il sole. Che cos’altro ci siamo dimenticati come genitori? Che cosa ci siamo dimenticati come responsabili nei nostri percorsi lavorativi? Di cosa siete colpevoli nei posti di potere? Che cosa vi siete dimenticati nei rapporti e nelle relazioni? Di cosa vi siete dimenticati nelle rsa, nelle cooperative, nelle caritas, nei centri sociali, nelle vostre riunioni a basso rendimento? Che cosa vi siete dimenticati per smarrirvi nel freddo gelido della vostra auto indotta ipotermia? Che cosa vi siete dimenticati quando vi muovete in schemi di territorio e potere, sgomitate per la refurtiva, non sapete più quanto ubriachi un’analcolica illogica allegria? Di cosa vi siete dimenticati in questo invischiarvi in continui processi alle intenzioni quando basterebbe disconnettersi dalle convenzioni e difendersi da sè stessi con un po’ di assurdità? Cosa vi siete dimenticati quando lavorate nel sociale e l’ultima cosa che dimostrate è tendere all’altro?

Ecco di cosa vi siete dimenticati. Di mandarvi a ffanculo da soli e liberare il kraken nel cuore e stremarvi di bellezza. Di tacere davanti ai bambini. Lasciarli socializzare, lasciarli fantasticare, lasciarli urtare la cristalleria delle vostre menti assuefatte allo schifo. Liberatevi da voi stessi e non difendetevi più.

Lasciate giocare i bambini. Lasciateli interferire. Lasciateli sbattere addosso a tutti un posto migliore, il seno di un’utopia, qualsiasi cosa essa sia, è, sarebbe o addirittura fu. Lasciateli sfiniti di libertà così come viene senza fare la brutta copia. Lasciateli accompagnarci nella sragione lucida, nelle traiettorie nuove. Guardate tutta la violenza dell’immensitudine che s’adopera negli occhi di Matilde, di Serena, di Bianca, di Valentina, di Aurora, di Giorgia, di Mario, di Giulio, di Francesco, di Nicolò, di Michele..di questi figli di un’idea mai sottratta alla speranza e nati dentro lo sbalzo onirico di una luce.

Ma probabilmente, più di ogni altra considerazione, ci siamo dimenticati che siamo noi quelli che dovrebbero continuare a giocare, ad immaginare zampognari in costume per un matrimonio in spiaggia, a guardare oltre quei soli due nemici più in là, a solleticare la vena del caos ed accettare che l’amore è un male necessario, che non è una questione di buoni o cattivi, ma di come continuare a cercare l’amore senza farsi stare bene la consolazione.

Perché i bambini ci guardano. Per fortuna.

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P.

Forse.

Diario dalla pandemia – lettere F come “FORSE.”

Prima dell’arrivo di questa pandemia, molto prima, io avevo già annunciato il testamento. Un testamento privo di soldi perché non li ho. Ma fatto di libri, cd, dvd, fumetti e, soprattutto, poesie. Le mie. Decenni di cellulosa divenuta carne nella metamorfosi della scrittura, rinata epidermide, tratti sanguigni, piscio, vomito, vino, isterismi, lacrime e fendenti. Denti staccati, naso rotto, biciclette perse, metacarpo fratturato, ustioni, cadute, occhiali spezzati, occhi neri, ecchimosi alle braccia, bernoccoli, cerotti, birra, varnelli, tutte le fini del mondo dentro i dirupi di un cuore di poeta. Quarant’anni inabissato nelle musiche scartavetrate dalle nuvole, dentro i lividi della gola, le febbri perché somatizzo, i divani alle quattro di notte di qualche benedetta amica. Decenni così, di cicatrici e vene come vitigni, di sparizioni, di fallimenti e conflitti con tutto quello che sta alla luce del giorno. Anni con i postumi, il marciapiede grattugiato in bocca, il tuo amore bruciato nel jameson tirato giù a forza all’alba mentre il proprietario del pub fa la chiusura di cassa. Anni senza pace, in preda al delirio dell’insonnia, smarrito negli incubi, frenato dalla melma della perditudine, innamorato  di te come lo sarebbe, della vita, l’ultimo giorno della terra prima del meteorite.

Quarant’anni appresso alla Poesia per ingannare la sorte con due giri d’inchiostro, per fregarsene della felicità perché se tu non puoi stare qui, voglio essere infelice. E fare a meno di te senza riuscirci. Portarti le parole, manganellarti di versi e farti sentire quanto stupra l’amore assoluto. Quanto io sia stato violentato dalla bellezza. C’è voluto poco; quei secondi in cui ho visto i tuoi occhi che avevano deciso che toccava a me caderti addosso.

E dopo quarant’anni di primavere e terremoti, di seni raggiunti ed estasi, di collezioni di cose che non ci sono mai state, dopo stazioni, itinerari, baci non accettati, ricordi come lampi e asfalto dove c’ho lasciato una tempia, resto sempre ad un passo da te. Poi la pandemia, i morti, le mascherine, il futuro, le preoccupazioni per te, le amiche infermiere conficcate nell’inferno delle corsie, il non senso di tutto questo…e poi e poi e poi resto ovunque ad un passo da te. Lo sarò nel miracolo del dolore, nelle catene della gioia, nella devozione coriacea verso i tuoi lidi, i tuoi stati d’animo, verso quelle maledette tue pupille che sono stanze di sapori e orizzonti, di quei tuoi pavimenti di tristezza che percorri solamente tu.

Servirà questa pandemia alla terra? Servirà all’umanità? Servirà a noi?

Forse amore mio. Forse sì. Forse per niente. E’ sempre stato un “forse”. Noi siamo sempre in forse. La poesia stessa finge di saper dire, di seminare indizi, ma imbroglia perché è un immenso “forse”. Forse, amore mio, cambierà qualcosa oppure tutto o neppure una virgola. Resteremo con i nostri “forse”. Forse io ho il quinto senso e mezzo. Forse noi siamo un po’ telepatici. Forse doveva andare così. Forse adesso sarebbe il nostro momento. Forse non sarà mai più il nostro momento. Forse quando ti dimenticherai di me presa dal morbo di alzheimer a sorsi lenti, io ricomincerò daccapo a corteggiarti ripresentandomi tutti i giorni: “Ciao sono Peppe, sarò il tuo poeta, non esistono copie”. Forse lo sai che ti amo come un sogno in una mano preso dalla schiena della Storia.

Forse ci ricongiungeremo a 70 anni, con me senza la vista ed in preda a qualche veleno d’arte e tu che mi aiuterai per le scale nonostante la cataratta ed io che vedrò gli angoli dispersi dei tuoi sguardi contro le salite e m’innamorerò mentre ci terremo le mani. Non lo so. Forse. Forse per te sono soltanto un ricordo, un pezzo di distanza da non accorciare. Lo dico e so che non è vero perché ci è capitata una poesia muscolosa, ribelle, che sogghigna all’esistere. Se ti tremeranno le mani, immenso amore mio, ipotizziamo ad 80 anni, ti aiuterò a metterti il rossetto e rideremo di come riuscirò a sbaffare. Che poi è quello che nella mia vita ho saputo fare meglio: spargermi fuori dal foglio delle età, sbaffare fino al cielo. Rimediare le soluzioni fuori dai fogli. Fuori da quello che ci ha fatto vivere.

Eh, lo so, ancora una volta con queste parole ho sabotato tutto e sono stato bravo ad elargirti sproporzioni che ti tengono alla larga da me. Così resti via. Ma starsene lontani è utile per starci vicini come una colpa. E’ tutto onirico. Come il nostro scambio immateriale e confuso ventimila leghe sotto l’amare.

Forse.

mafalda

P.

 

Empatia (dizionario Covid, lettera “E”)

Nella coreografia di questo pezzo di Storia che ci è capitato, di questa maledizione in forma di virus, si sta dicendo che non stiamo imparando nulla. Nessuna rettitudine morale, nessun travaso etico positivo, nessuna visione di futuro, nessuna sconfitta del razzismo, nessun atto d’azione politica ubriaco di miglioramento. Nessuna verità sorgiva utile al cambiamento. Non ci sono sbalzi onirici, inedite vocazioni, solo infodemia. Siamo stati chiusi in casa dimenticando certe nuvole di lino stropicciato, evitando le scorrerie delle idee, vedendo i gatti fregarsene e fare le fusa. Nel frattempo hanno liberato Silvia Romano e non ha potuto avere una trasversalità di rispettosi bentornata. Perché l’avete insultata? Perché non siete contenti e pensate ai soldi del riscatto? Perché la lapidate d’insulti in quanto convertita ad un’altra religione senza ragionare su cosa ci sia dietro quella scelta?

Se c’è una profonda, meditata, travagliata, riflessione va rispettata. Se è una scelta dettata dalle conseguenze psicologiche della prigionia e dovuta alle dinamiche che si instaurano fra aguzzini e vittima, va compresa. Se, ne dico una io, ha a che fare con la trattativa per la sua liberazione, non potete appurarlo e perciò non dovete criticare. Che ne sapete di cosa è successo fra i servizi segreti ed i rapitori? Se dietro il rilascio pattuito di Silvia, oltre ai soldi, non c’era l’obbligo di vestirsi in quel modo e dire, per mettere a segno un colpo mediatico in favore dei carnefici, che la ragazza ha cambiato fede perché Allah è grande? Quindi non si possono sostenere tesi che non contemplino la contentezza per una giovane ragazza italiana, di quelle della meglio gioventù, idealista, e però concreta, che è andata ad aiutare gli uomini e le donne in un altro Paese perché non esistono i paesi. Esiste la terra. Siamo tutti terrestri.

Ma la pandemia non ha schiarito le menti, non ha donato pentimenti, non ha confluito vita dentro alla vita, non ha costretto alla meraviglia, a smisurarsi d’amore. Non sembra. Piuttosto, ci sono segnali d’inciviltà: chi non rispetta la distanza di sicurezza, chi non tiene la mascherina, chi va a tutto spritz e movida con sfacciataggine menefreghista perché, tanto, crepano i vecchi. Chi non aiuta nessuno. E chi offende Silvia Romano perché ha scelto di aiutare. E questo odio è così ignorante da non essere cattiveria gratuita, ma qualcosa di più pericoloso: l’assenza di empatia.

Che cos’è l’empatia? E’ la capacità di comprendere appieno lo stato d’animo altrui. E’ un processo di esperienza umana (ed animale). Viene dal greco antico “εμπαθεία” (empatéia, a sua volta composta da en-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”). Ecco cosa era già in atto prima della pandemia: il disfacimento dell’empatia. L’estinzione dell’empatia, per dirla come la sociologa e psicologa Sherry Turkle. E questo mutamento disumano nell’umano è ormai uno schema che parte dai giovani che però sono detronizzati dalle incapacità genitoriali. Genitori che sono i primi a bloccare il processo di crescita degli adolescenti. E’ una questione complessa per un pezzo sul blog, ma ci siamo capiti.

Tutto questo è spaventoso. Porta all’annullamento empatico. Ma gli altri siamo noi. Lo siamo sempre stati. E siamo diventati gli altri vivendo l’altro, scoprendo l’altro, l’altrettanto, l’altrove fino all’altruismo. Anche l’altro è l’amore, coi suoi occhi diversi, i piedi sprofondati in fanghi diversi, buffo in maniera diversa, diverso da tutti e speciale per questo. Ognuno è un vaso nell’universo, a forma di mare e soffi, di inestimabile. Ce lo dovremmo continuare a lasciare questo splendore di acuti sentimenti quando ci accogliamo. Ce lo dovremmo continuare a lasciare questo attenderci assieme, questo abitarci in diamanti praticando abbracci. Questo incantato avvenimento nello scoprirci.

Non è un luogo remoto l’empatia, anche se siamo fatti di abissi. Non è una carezza invecchiata ed automatica bensì rinnovo di futuro. E’ alimento d’amicizia, l’ingagliardirsi di scellerati amori, l’affanno di un’emozione nell’incauto baciarsi. Tu, tu me la ricordi l’empatia. Anche se sei stanca e ti senti più intollerante, eppure sei stata appieno nel mondo, ci sei stata con me senza mai maledire il selvaggio che fummo.

Quando passerà la pandemia? Non lo sappiamo. Cosa ci serve? La Poesia. Cos’altro ci serve? L’empatia.

E poi?

E poi vivremo sconvolti e straziati di condivisione, spezzando la dorsale dell’egoismo e maturando lampi di paradiso fino a sanguinare lacrime, fino ad accertarci di non piangere temporali. Fino ad essere vicendevoli come una bambina davanti all’arte.

maty

P.