Fuori, invece, come va?

A che punto siamo con l’anatomia della solitudine? Fuori, invece, come va? La cornice storica non è delle migliori: vanno tutti in analisi, si fanno condoni, i governi pullulano di buffoni, la gente ancora va a messa, i cimiteri hanno fame di carcasse, c’è chi dà polpette avvelenate ai cani.

Che poi l’acqua calda non viene più solo quando sei già insaponato, l’auto va in riserva quando non è il momento, quando hai il raffreddore ti dimentichi i fazzoletti. Se esci con una tipa e ti porti i preservativi non scopi, se non li prendi per scaramanzia invece te la sbatte in faccia. Se parti per un lungo viaggio ti viene da pisciare 5 minuti dopo che sei salito in macchina e nonostante tu abbia urinato prima della partenza. Il frigo è sempre vuoto quando hai fame. Il portafogli è sempre vuoto quando ti invitano a cena. La ragazza che ti piace o è fidanzata o si è lasciata e vuole il periodo di riflessione o non vuole impegnarsi ma dopo di te si fidanza, s’impegna e riflette sulla convivenza.

Se indossi la camicia bianca finirai ad un pranzo in mezzo a tsunami di sughi e te la sporcherai. Dopo un’ora di discussione con gli amici su dove andare a cena, il posto scelto lo troverete chiuso o con tutti i tavoli prenotati. Quando cadi dal sonno tutti vogliono fare baldoria, quando sei adrenalinico gli altri si ritirano prima di mezzanotte. Quando dici che quello che hai in mano è l’ultimo drink succede qualcosa che ti porta a restare fino al coma etilico.

I sacchetti per l’umido ti si strappano sempre dalle mani. Durante la notte non trovi mai le ciabatte e prendi freddo per andare a pisciare. Se in casa siete in 2 o in 6 il bagno è sempre occupato quando ti serve. Al bar se usi il cesso e poi ti lavi le mani non c’è mai la carta per asciugarti. Se non prendi l’ombrello, piove. Se lo prendi non servirà.

A che punto siamo con l’anatomia della solitudine? Hai trovato la giusta empatia? Quanto bisogno di amore hai? Quanti sorrisi forzati oggi? Con chi sei stata veramente bene e quanto tempo fa? Chi ti ha capita senza chiedere? Chi ti ha dato fiducia senza tornaconti? Chi ti ha prospettato destinazioni di poesie lussureggianti? Chi ti ha spalancato stimoli di libertà?

Fuori, invece, come va? Tra poco è natale, giusto per peggiorarci l’umore. Torneremo dove siamo stati felici? Troveremo altre spiagge di voluttà e immaginazione?

Sarebbe un buon inizio, intanto, volare a cercarci.

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P.

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Tutte scuse

Il sabato forse è peggio della domenica perché si veste troppo di obblighi, perché per molti è il momento più propizio per staccare dal lavoro, perché è il giorno dove è più facile ammucchiare amici o trovare eventi in giro. Sono solo tutte scuse. Il sabato è la lobotomia dell’anticipo di campionato, del blockbuster in quella merda di non-luogo che è la multisala, è il concerto di chi scimmiotta altri gruppi musicali con le cover, è il rito collettivo di una sbornia obbligatoria perché domani è domenica. Tutte scuse.

Prendi il primo tizio che ti capita una sera, t’inventi 2-3 sue doti, ti convinci che si distingue dalle decine di stronzi che hai conosciuto solo perché ti ha aperto lo sportello della macchina una volta o ha messo in fila due congiuntivi azzeccati e la mattina dopo sgusci via dal suo letto. Sono tutte scuse.

Ti tieni il fidanzato o il marito che non si ricorda nemmeno di allungare le mani palpeggiandoti mentre cucini, esci dalla doccia o ti infili sotto le coperte. Ti manca il fuoco, bruciare, scoppiettare, ma gli cucini, gli stiri le camice, ti lamenti con le amiche e non te ne vai. Sono tutte scuse.

Il mestiere che fai non ti piace ma ti servono i soldi. Non protesti mai perché dici che non serve a niente. Non ti ingegni perché tanto è inutile. Hai sempre una menzogna in tasca perché la verità peggiorerebbe le cose. Sono tutte scuse.

T’innamori e non lo ammetti. La desideri e fuggi. Ti sale dal cuore di tutto ma ti trattieni. Racconti che non è il momento, non è ciò che cerchi, non vuoi impegnarti. Sono tutte scuse.

Quando è freddo aspetti il sole, quando è caldo ti lagni. Fai l’alternativo però guardi i reality. Apri un sito e ti pare di essere qualcuno. Ti riempi la bocca di frasi copiate per vantarti di schifare la banalità, ma il primo ad essere mediocre sei tu. Sono tutte scuse.

Te la prendi con chi inquina e poi getti la gomma dal finestrino, ce l’hai con la chiesa, ma ti adegui alle cerimonie e battezzi tuo figlio. Passi anni a rompere i coglioni sul tuo desiderio di essere genitore e poi appioppi tuo figlio ai nonni ed alla babysitter e gli incastri sport da fare per non averlo tra le palle. Sono tutte scuse.

La verità è che non dici la verità. Che hai paura di tutto e che sbagli continuamente. La verità è che la verità ti terrorizza. Che preferisci non osare. Che sopravvivi sperando che tutto si sistemi da sé, senza violenza, senza pianti, senza poesia, senza disordini, senza trasporto, senza eccedere, senza guai, senza patemi, senza ferite, senza dover per forza stare da qualche parte.

La verità è che più si va in alto più devi sopportare le vertigini. La verità è che non si guarisce dalla vita. E questa non può essere una scusa.

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P.

 

Andate tutti affanculo

A chi si è fatto fregare dal rigurgito pentastellato e continua a non vedere il marcio, a chi mi fa la predica perché non sono stato complice di nessun partito disertando le urne, a chi si sente migliore perché insiste in un’ortodossia comunista, a chi è del pd e non entra nelle sue sezioni per attaccare al muro i suoi dirigenti cacciandoli a calci in culo, a quei sacchi di letame di casa pound e delle altre sigle fascistelle, ai moderati, a quell’accozzaglia di viscidi ricconi forzaitalioti ed a quel demogorgone che si ciba di paura ed ignoranza che è la Lega… ANDATE TUTTI AFFANCULO!

A chi mi ammorba con le sue superstizioni religiose, con quel romanzo fantasy che è la bibbia, con Maometto, con la tiritera dei santi, con le stronzate di marketing a San Giovanni Rotondo. A chi specula sui malati come Lourdes, a chi si vanta dei cammini spirituali e si illude che spostandosi lascia nel posto di partenza le crepe dell’anima e il buio in sé stesso. A chi battezza i figli senza chiedergli permesso, a chi va a messa e quando esce darebbe fuoco agli zingari, a chi mi fa la morale come i buddisti ed i loro piagnistei, a chi mi parla di fede con l’estasi del rincoglionimento mistico… ANDATE TUTTI AFFANCULO!

A chi non vede con visione periferica, bada alle apparenze, non coglie le diversità, parcheggia nel posto per disabili, a chi non mette in circolo empatia e curiosità, a chi non è autoironico, a chi rompe le palle con la patria e la famiglia, a chi s’associa alla mafia, a chi inquina, a chi ha sempre un nemico da cacciare, a chi non si concede le novità, a chi parla noiosamente di sicurezza e legittima difesa, agli impotenti che comprano i cani di taglia grande per sembrare “machi” e fingere erezioni… ANDATE TUTTI AFFANCULO!

A chi si ingabbia nei convegni, si autoincensa con la propria conventicola, vomita saccenza, pilucca il caviale con la flaccida poesia di cui è portatore. A chi segue queste sette di intellettuali, professoroni da riviste specializzate dagli echi di didattica priva di eros. A questi schiavi del proprio ego, cupi parolai, barbosi, abituati a scrivanie e thè all’inglese, amanti della tecnica, fornicatori di stili criptici, uccisori dell’autenticità…ANDATE TUTTI AFFANCULO!

Ai bravi ragazzi, sbarbati, metrosexual, che vantano trasgressioni tipo una bevuta da pivelli il sabato sera o un urlo metal dalla cameretta ed un tatuaggio sul petto glabro e rigorosamente curato dall’estetista. A chi dice che odia gli ipocriti ed è il primo ad esserlo, a chi non cambia mai idea, a chi ci propina la dittatura della banalità, a chi trattiene un abbraccio per paura di essere frainteso. A chi non ascolta, a chi si impiglia a parlare di var e rigori, a chi gioca al mulino bianco con la sua famiglia fintamente felice, a chi si ricorda di essere genitore quando ci sono i colloqui a scuola e poi insulta l’insegnante…ANDATE TUTTI AFFANCULO!

A chi aggredisce gli infermieri al pronto soccorso o lo intasa pretendendo cure per un raffreddore, a chi si fotografa con la divisa da milite per un selfie sul luogo di un incidente e si crede un eroe, a chi se ne frega della storia, a chi non dice mai di no, ai figli di papà che non hanno mai lavorato, a chi crede ancora alla cazzata che il lavoro nobiliti l’uomo, a chi sfrutta i lavoratori, a quei delinquenti padrini del caporalato…ANDATE TUTTI AFFANCULO!

A chi maltratta le donne, a chi le sfrutta, a chi le insulta, a chi le odia, a chi le vuole relegate ad oggetti, a chi è sposato e va a puttane, a chi ha figli e va a fare il turista sessuale, a chi torce un capello ai bambini, a chi non capisce l’amore, a chi ha chiuso con la fantasia, a chi disconosce l’incanto, a chi ha perso il gusto del gioco, a chi si trincera dietro un “ma io ho solo eseguito gli ordini”, ai giornalisti pennivendoli, a chi guarda storto un pazzo, a chi ti vuole riportare alla realtà, a chi non rischia per paura di perdere, a chi schiva la passione ed il dolore…ANDATE TUTTI AFFANCULO!

P.

Prossima uscita

Sono arrivato ad una consapevolezza che non capisco se sia fatalismo e/o depressione cronica. La certezza che ho riguarda il fatto di non bramare più aspettative. Mi sento pronto a qualsiasi accadimento; al carcere, all’obbligo di firma in caserma, alla povertà, alla morte improvvisa, al cancro, ai rifiuti in amore, al licenziamento, alla fine di un’amicizia, alla scomparsa dei miei genitori, agli insulti, al pestaggio, al coma etilico. Non lo so in tutto questo quanto c’entri il nichilismo, la baldoria della Poesia, la svolta di questo mio libro pubblicato, i miei 39 anni vissuti a 100 all’ora, l’egoismo che mi divora, l’egocentrismo, la rabbia, la rassegnazione o la sensazione che ormai mi sia rimasto poco da vivere. Sarà per questo che ho fretta di scrivere, probabilmente per testamentare, lasciare qualcosa, ed è per questo che ho urgenza di perdermi; per indicare ad una Femmina la benedizione della follia, la malattia di amare, per scoprire con lei che drastico resistere saremo. Mi piace moltissimo la parola “futuro”, il concetto di prospettive, avanguardie, scienza, visione, lungimiranza, costruzione, sfida, evoluzione, occasione di riscatto. Forse adoro il domani perché mi allunga la vita, mi significa un pezzo di tempo in più, una porzione di tragitto prima della dipartita. O semplicemente auspico un amore tornare o un mondo migliore da abitare.

Guardo i vestiti che ho gettato a terra spogliandomi. Ero ubriaco quando sono rientrato, e sono pure inciampato. Ne è passato di amore qua dentro, non in questa camera, ma in me, nel mio torace oppresso dagli attacchi di panico, in questi miei occhi sfregiati dai sensi, in questo devastarmi aggrappandomi ad un bancone dove spesso tutto ha avuto inizio. La stanza si muoveva stanotte ed io grondavo canzoni e mi irritavo al pensiero di come tanti stiano attenti alle apparenze ed alle strategie. Ma se finisci davanti alla bellezza non puoi non essere puro, non puoi non chiamarla per nome, non puoi non scorgere, altissimo, tutto l’incipit che fu il creato. Se la vedi, la bellezza, è sacrosanto lasciar perdere il sonno, far deflagrare l’anima, abbattersi contro il diluvio della vita, amare completamente sbagliando le stelle, dichiarando ogni parola smaniata negli istanti di contemplazione.

Ti vorrei lambire ogni notte, vorrei provarci con te sotto tutti i tramonti, svicolare assieme assediati dal cuore accelerato, prendere in giro il tempo, sussurrarti i miei versi come certi baci al collo dati piano. Diventare, uniti, ma liberi, una canzone da te cantata, una poesia da me scritta, una sconosciuta felicità. Ecco cosa sarebbe la bellezza. Però ci ritroviamo qui, asserragliati nelle confusioni, di cattivo umore e bloccati da un semaforo, con la voglia dell’aria fievole quando si distende un’estate. Ci troviamo crocifissi a certi doveri, fra le rotture di coglioni ed il frigo che ha una sola lattina di birra, con lo stipendio per cui abbiamo sgobbato un mese e che esala in 5 minuti. Prigionieri in microcosmi di intolleranze e mal di testa nei momenti sbagliati. Ma io e te, vittime di soluzioni, abbiamo il dovere dell’errore, la superbia del guastare certe scelte, la volontà di agghindare la notte con i brividi del sesso. Ed anche il sesso è la formula per scacciare la morte, nel qui ed ora, prima di un futuro rischiosamente insostenibile, prima di decomporci.

Allora amali questi istanti, certi abbracci a issare un capriccio, certe risate di cui beneficiano le ossa, certi sguardi che aspettano le conseguenze. Ama tutto questo sfacelo, questa giungla d’asfalto dove ancora possiamo ritmare, dove ancora so di poterti innamorare, dove un’allegria sa già quando incurvarsi verso la malinconia. Tutto ciò dobbiamo essere io e te: la necessità di celebrare questo universo distratto che ci ha consentito d’incontrarci. Questa tragedia annunciata del nostro amore al sapore di mare, questa pelle svezzata dai lividi del passato, queste emozioni indomabili mai violate dai fallimenti. Ecco perché non dobbiamo avere nessuna aspettativa, nessuna commiserazione e nessuna paura. Occorre soltanto prenderci prima di diventare la cazzata di qualcun altro. Prima di domani, prima di dopo, prima di adesso. Prima della prossima uscita.

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P.

Piacevolezze

Mi piacciono i colori dei peperoni, la crescita felice delle margherite quando comprendono la primavera, l’entità del cielo quando si rabbuia, il vento che urla scombussolando il mare. Mi piacciono i tulipani quando appaiono macchiando i campi di spighe di grano, le gondole che attribuiscono sogni sull’acqua di Venezia. Mi piacciono gli enigmi di David Lynch, l’epicità di Moby Dick, i casolari abbandonati, la solidarietà, i gatti liberi nei vicoli. E poi le scarpe rovinate perché mi ricordano il cammino, la notte quando mi protegge, la malinconia delle prostitute, i figli che si ribellano, chi sa chiedere scusa e sa dire grazie, il giaguaro quando si avvicina sicuro. Mi piacciono le donne che mi dedicano una canzone, quelle che vogliono giochicchiare con me con la malizia del corpo, i contenuti dei fumetti, i comici, la forza di volontà. Mi piace il verde delle colline, la mantide religiosa, i cartoni animati degli anni ’80, il calcio di Zeman, quando la pioggia picchetta le grondaie. Mi piace la storia della democrazia, il miele e la resina, le fragole e ubriacarmi. Mi piacciono le ragazze quando si acconciano i capelli o si passano il rossetto. Adoro i film in bianco e nero, confrontarmi con chi è diverso da me, portare l’amicizia a diventare essenziale, non negoziare la mia fantasia. Mi piace metterci la faccia, ma ancora di più godermi l’arte altrui. Mi piacciono le persone fuori dal comune, le stazioni piene di poesia, lo sport quando è un trionfo di sacrifici, talento e carattere. Mi piacciono i muri abbattuti, le regole trasgredite, il costruire, scoprire canzoni nuove, l’erotismo del sapere, la compagnia improvvisata al bancone del pub, ammirare la pazienza di chi si appassiona ad un puzzle. Mi piacciono le leggende, i misteri, le favole, il lavoro di scavo che fanno gli attori. Mi piace il comitato di accoglienza che ti fanno gli animali quando entri in casa, i tic dei vicini, il rumore della lavatrice che fa vibrare le porte, l’ululato del faro del molo quando annuncia la nebbia. Mi piace stare in silenzio senza averne timore, schivare gli imprevisti, prendere in giro il potere. E mi piace bere 3 litri di acqua al giorno, sentire le ossa delle mani stanche di scrivere, mangiare un panino spensieratamente, correre tra le vigne, inoltrarmi in spiaggia d’inverno. Mi piace avere pensieri romantici (sia piccoli gesti che qualcosa di eclatante). Mi piace immaginare che le case siano aperte, che includano la nobiltà di ospitare, il concetto di offrire un tetto. Mi piace aprire le finestre la mattina appena alzato. Mi piace applaudire per gratitudine, mi piace tuffarmi nel futuro curioso del domani. Mi piace leggere, capire, studiare. Mi piace informarmi, guardare incantato la natura dai documentari e dal vivo. Mi piace assaporare un drink nuovo, vedere i bambini sfogliare i fumetti o colorare un foglio bianco. Mi piacciono le rughe e le crepe perché, diceva Leonard Cohen, “è dalla crepa che filtra la luce”. Mi piacciono le mediazioni quando sono frutto di intelligenti passi indietro per il bene della squadra. Mi piace dissentire per provocare, avere voglia di piangere e fare ridere. Mi piace piacere. Mi piace piacere a te. Mi piaci tu. E mi piacerebbe vivere un po’ di più di quello che mi aspetta per aspettarti ancora.

P.

Non è la fine

Gli innamorati si scambiano promesse per incoraggiare se stessi. A New York i grattacieli offendono il cielo. A Gaza la libertà è costretta ad essere un sasso di un’intifada. A Damasco ogni ciao può essere un addio. A Mosca se sei gay non puoi baciarti in pubblico. In Giappone si vendono bene le mutandine usate. A Roma è finita l’ironia ed è finito il sarcasmo, ma in compenso è pieno di immondizia nelle strade ed a casa Pound. Tutto accade, tutto non si risolve, tutto è una battaglia (si lotta pure per un parcheggio). E la sera, quando arriva, hai sete e vai al pub e chiedi la tua birra preferita e ti tocca aspettare perché c’è da cambiare il fusto. Gli innamorati si specchiano fra loro ma non si liberano dal male perché esso dura una vita intera tra salti quantici, tempeste solari, alluvioni, tradimenti, letti sfatti, pubblicità ovunque, qualche pogata e stupide tisane per fare gli orientali. L’ultima volta che stavo con una donna era per dirle addio sotto la pioggia, rincorso dai suoi pianti, indifeso davanti al suo pretendere di cambiarmi, sfinito dalle sue ossessioni. Adesso non so nemmeno a quale grado di infelicità stia. Perché le ferite non si cicatrizzano quando ami qualcuno che ti ha trafitto l’anima, che ti ha attraversata travolgendoti in un minuto, scombussolandoti integralmente. Succede sempre così, finisce sempre così, tra rimpianti, malesseri, persino acredine. Arrivano i silenzi, i saluti fatti a fatica, l’invasione della tristezza.

E per una storia che finisce tra il viavai di auto nella statale, a Pechino un cane viene mangiato, in Texas un crotalo uccide un uomo, ad Euro Disney sghignazzano i bambini, a Riccione i delfini danno spettacolo, le cavallette in Asia spolpano un campo, un terrorista si arruola, un prete stupra un bambino in parrocchia, un poeta muore restando vivo. E chissà se torneranno le rondini, se torneranno le farfalle e le coccinelle, se torneranno i numeri 10 nel calcio, se le stelle resteranno a farci compagnia, se ameremo ancora un amore nuovo, ma non per solitudine bensì per ebrezza, per estasi, per simbiosi, per follia, per un volo, per l’arte, per l’ironia, per scoprire insieme cosa si protende dietro un tramonto. Un altro amore, fatto di altro coraggio, di propositi indomabili, di apoteosi, di libertà, di rispetto, di anime che si trapiantano vicendevolmente, di abbracci stretti, di nottate di perdizione, di cene da preparare avvolti nell’eros, di cornucopie di miele, balli, sballi, pelle irresistibile da accarezzare, sesso, feste, innocenze e baldorie delle pupille. Un amore di corpi che si intrecciano, di caffè al mattino, di improvvisati viaggi, di istinto, di coccole e potenza selvaggia, di tenerezze e pianti violenti di bellezza. Un amore che scavalchi l’amore. Che ci lasci gli assoli, ma corregga le assenze, che adegui il mare al vento, che affretti l’arrivo della felicità, che scoperchi l’orizzonte per svelare meglio il baleno.

C’è sul tavolo una bottiglia di vino da onorare, la fortuna di essere ancora vivo da celebrare, una poesia da scrivere. Il cavatappi è nel cassetto delle posate. Fuori scorre il giorno con il sole a fargli da medaglione al collo. Ci saranno poi carta e penna per il miraggio di te e di una strana idea che irromperà diventando sentimento. Preparo due bicchieri di rosso perché dovresti essere qui. Perché sei già desiderio ed io non voglio che mi lasci illeso.

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P.