Condannato a vivere

Se non sei disposto ad ingoiare merda praticamente tutti i santi giorni o nelle maledette notti, non lo fare. Se non sei curioso fino a rischiare la tua stessa vita, non ci provare. Se non hai una buona dose d’incoscienza ed autolesionismo non farci nemmeno un pensiero. Se non sei disposto a perdere anche il tuo più grande amore ed a rimanere un cazzone solitario, evita di fare un tentativo. Se ritieni di essere all’altezza della situazione perché supponi di diventare ricco, scordatelo. Se ti infastidisce solo l’idea di dover finire in galera o di subire un trattamento sanitario obbligatorio, rinuncia subito. Se ti sembra inaccettabile l’idea di finire in povertà e sotto un ponte a puzzare di alcol ed avere i pidocchi, ignora tutto ed abbandona le pretese. Se sei convinto che sarà una passeggiata, che andrà tutto liscio, che avrai sempre l’ispirazione, lascia stare. Se dai per scontata la gloria e non le umiliazioni, abdica già adesso. Sì, può darsi che qualche volta ti sentirai un gigante, che entrerai nei locali con la stessa possenza di quando un leone decide di chiudere la partita, che avrai adulatori e spasimanti, che arriveranno le stalker e le groupie, che ti tireranno tutti per la giacca, che ti offriranno da bere e ti riempiranno di elogi. E molto probabilmente ti sarai meritato tutto, e sicuramente ti piacerà. Ma saranno brevi periodi, dureranno il momento di uno sputo. Ti lasceranno eccitazioni e l’effimero scettro del più fico sulla piazza. Una grande giostra, un poltergeist d’emozioni, una manna per l’ego ma anche, dicevo prima, il sacrosanto riconoscimento per l’arte che avrai espresso. Ma se non sei disposto a offuscarti, ad imputridirti di abbandoni, a smarrirti fino al limite estremo del fisico e della mente, non scrivere. Non scrivere dio porco! Perchè essere uno scrittore, un poeta, significa sì, giocare a strabiliare, ma i conti da pagare poi sono solo i tuoi. Arriveranno i demoni; semplicemente non ti lasceranno mai. Verranno le battaglie infinite contro la tristezza devastante, contro la depressione, persino contro la magnificenza della bellezza. Se sei (e non fai) lo scrittore, i polpastrelli s’infiammeranno ad ogni minima cosa percepita, le dita parranno frecce per pianoforte, la mano soffrirà d’artrosi. Se sei un poeta le vene ti scoppieranno e una microscopica cosa potrà scatenare un’eruzione vulcanica o un’erezione sanguigna, ma è questo il problema. È dover sentire così tanto. È una condanna a vivere. Se scrivi, la ragazza sull’ultimo sgabello del bancone del pub non sarà mai una ragazza seduta sopra il sedile di un bancone della birreria, ma sarà una storia, forse persino una storia con te, sicuramente sarà la sua storia e forse diventerà la tua ossessione, mentre il resto degli avventori neppure la noteranno. Se scrivi non ci sarà nessun altro tragico amore, non ci sarà nessun altro violento matrimonio, non ci sarà nessun’altra cosa vivente sopra alla scrittura. Sei pronto? Hai queste cose dentro di te? Se non ce l’hai levati dai coglioni e non ammassare le mensole delle librerie, non violentare le piante per la carta con cui forse sarai pubblicato, non ti accostare alla letteratura. Ovviamente non basterà questa spinta folle per muoverti nei meandri dell’arte, ci vorrà il talento. Ma questo discorso lo avevo dato per scontato.

Chi scrive è condannato a vivere. Ed è condannato a scrivere. E le due cose sono agli antipodi ma pure simili. Per scrivere occorre vivere, ma se sei uno scrittore, delle due, preferisci la prima. Vivere significa accontentarsi dell’abbastanza della realtà. E la realtà dà l’ispirazione, ma non colma il vuoto, non ci arriva minimamente a bastarti se sei un poeta. Ed ecco perchè si palesa la scrittura: per fare andare le cose diversamente, per farti costruire un salvagente, un motivo per restare al mondo fuggendo in un altro mondo. Ed ecco perché uno scrittore è un fingitore, per dirla alla Pessoa. Semplicemente sta tentando di farcela ed ha trovato questo modo perché, probabilmente, è il solo modo che ha. E questa è la sua sfortuna e la sua gloria, mentre per gli altri che ne beneficiano, è solamente fortuna. O, per molti, niente di più che cartaccia zuppa d’inchiostro e priva di valore.

Se veramente sei un poeta devi mettere in conto il suicidio. Non perché devi fare il maledetto o perché c’è solo questo di finale programmato, ma perché ad un certo punto, lo squilibrio che ti dà equilibrio, potrebbe cortocircuitare. La vita sarà pure un dono, ma in dotazione non ti danno la vasellina. L’amore sarà pure uno scopo nobile nella vita, ma non è detto sia la salvezza. La Poesia pretende sacrifici umani: potrebbe bastare scriverla, ma a volte non le sta bene solo ciò.

E comunque lo dico di nuovo: se non siete capaci di mettere a repentaglio la vostra vita fino al martirio per due righe di eternità, lasciate stare. Andate al parco a dare da mangiare ai piccioni. Va bene lo stesso, mi stanno simpatici i piccioni.

piccio

P.

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Pastorale erotica

Il mazzo di asparagi è lì sul tavolo e già mi si inebria il palato all’idea. Sento un’ansia d’afrodisiaco. In cucina, appesa alla parete, una treccia di peperoncini; ed anch’essa ha il fascino erotizzante. Mi partono i pensieri verso libidini culinarie ed eccitazioni sessuali strettamente correlate; dai frutti di bosco ai crostacei, dal tartufo ai funghi porcini, dallo zenzero allo zafferano, dal melograno all’uva, da una fiorentina grondante sangue alle ostriche. Ci si conosce di più con il cibo: da cosa si mangia e come lo si mangia, dall’appetito con cui si approccia al piatto a come ci si unge la bocca. È una questione di sessualità, di godere della vita, di prendere a morsi l’esistenza con l’ingordigia di chi se la sa spassare… Me ne esco di casa in erezione e incrocio la vicina che spazzola le scale ma si distrae mirando al mio centro guardandomi  basita. Ho gli occhiali da sole altrimenti le avrei fatto l’occhiolino. Respiro l’aria e mi nutro della salsedine perchè ho l’Adriatico praticamente attaccato alla ruota posteriore della mia bicicletta. E mi ricordo di quella volta che feci all’amore in spiaggia di notte sotto la pioggia…chissà che avevamo mangiato.

Ma ora m’allontano dal mare per prendere terra, la terra che da le cipolle osannate da Neruda, la terra che ci fa edificare, la terra che sa essere fango, crepe, prati, campi, orti, pianure, valli, colline, giaciglio, fossato. E penso alle rose che sanno trovare la dolcezza al loro dolore e accompagnano seduzioni come fanno i poeti che trascinano i loro istanti tra i rovi e le nuvole, farneticando la propria pastorale erotica.

Se tu venissi a cena con me sarebbero i colori a circondarci, se tu venissi sarebbero i sensi a giocare con noi, se tu venissi sarebbe del buon vino a farci appartenere un po’ di verità. Se tu venissi sarebbero le tue labbra appoggiate sul calice di rosso a coprirmi di un sogno. Se tu venissi a cena sarebbero i tuoi occhi allegri velati di malinconia a dettare l’alfabeto del mio cuore. Se tu venissi a cena sarebbe il tuo neo fuori posto a farmi impazzire mentre tu lo vedi solo come un difetto. Se tu venissi a cena sarebbero le candele ad esaltare i tuoi tic che mi farebbero invaghire. Se tu venissi con me ti ascolterei come si ascolta la musica che piace alle proprie vene. E smanierei di baciarti, e mi sentirei in balìa di te come una foglia in autunno alla fine dei suoi giorni penzolante su un ramo. Mi sentirei calamitato in un’altra dimensione tra l’estasi e la tenerezza, gonfio di intenzioni da birbante, decisamente luciferine. E se tu, prima di baciarci, salissi sul cofano della mia auto muovendoti sinuosa, ballando sopra le note di “Simple Man” dei Lynyrd Skynyrd mentre io, ubriaco, ti stessi sognando addosso con la paura di perderti, ti amerei. Se tu uscissi di casa per un nostro appuntamento senza le mutandine, ti amerei. Se tu, sotto la luna piena, al molo, con un filo di voce mi canticchiassi all’orecchio “Moon River”, io perderei la testa. Se tu stessi lavorando ed io no, a sorpresa verrei a rapirti, ti caricherei in braccio e ti porterei dentro una fottuta carrozza noleggiata per noi e ti amerei lì e tanti saluti al cocchiere. Se tu stessi a casa a studiare, io ti verrei a prendere e ti trascinerei sull’unico tavolino apparecchiato in riva al mare perché avrei pattuito la spiaggia chiusa solo per noi ed il servizio sulla banchigia. Se ti vedessi tagliare i peperoni o preparare un’insalata mi offrirei di aiutarti fra gli odori ed il tatto e ti sevizierei mandando all’aria i preparativi della cena. Se tu stessi uscendo dalla doccia, con quel tuo muoverti sensuale, io metterei un disco jazz e ti leccherei dappertutto. Se stessimo per andare a qualche noiosa festa svogliatamente, prima di uscire ti attaccherei al muro per una sveltina. Se andassimo a fare spesa al supermercato farei il pagliaccio per te per vederti sorridere. Se stessimo guardando un capolavoro in bianco e nero accovacciati sul divano, ti coccolerei. Se ti piegassi per raccogliere qualcosa mi troveresti in un secondo dietro di te. Se stessi indaffarata a passarti il rossetto ti ammirerei e scriverei una poesia. Se mentre io stessi mangiando dell’uva a fine pasto, tu ti chinassi sotto il tavolo per succhiarmelo io ti amerei. E poi ti cospargerei di Varnelli tutto il corpo e mi ubriacherei della tua pelle all’anice. Ma la mia idea di pastorale erotica non ha a che fare solo con la sfera della sessualità, non si occupa solo della tua fighetta bagnata e di sollecitarti la zona erogena del perineo. L’eros appartiene anche a tutto il resto, ad esempio bisogna essere erotici nel conversare, avere un magnetismo, essere in grado di eccitare l’ascolto altrui. Affascinare nei contenuti e nelle modalità espositive, soprattutto se davanti c’è una donna che è molto più recettiva e vuole esere scopata pure mentalmente. E se tu venissi a cena con me io ti parlerei di Flaubert e Rimbaud passando per Topolino e Corto Maltese, toccherei il cinema da Enst Lubitsch a Tinto Brass a “Sapore di mare”, ti direi del caro vecchio blues e Koko Taylor o del jazz di Charlie Parker, andando in alto e molto in basso, trovando la poetica del basso, l’altitudine del trash o del pop. Riuscendo a mettere dentro la poesia e gli escrementi e ridere su Trump e le altalene, discettando del mito delle sirene e Modigliani, di Stanlio e Onlio e le mestruazioni. La mia pastorale erotica contempla la Parola, la vita che essa scaturisce, contempla un pensiero magico, una carnalità in tutto ciò che ci circonda, la seduzione definitiva dell’esistenza…

[…]

Sono rientrato a casa. Devo preparare gli asparagi. Apro la bottiglia di vino perché quando si cucina si deve sorseggiare. Accendo lo stereo e Donna Summer mi arrapa con “Love To Love You Baby”. Fammi sapere se stasera verrai a cena.

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P.

Un uomo, una donna

La donna cannone ha amato il nano. I pinguini maschi s’inculano fra loro. La mantide religiosa femmina uccide il partner dopo l’amplesso e se lo spolpa. Romeo e Giulietta hanno incontrato la morte. A Lilli ed il vagabondo è andata meglio. Alla fine ce l’hanno fatta pure Amore e Psiche. Invece Orfeo ed Euridice si son fatti meraviglia infinita nel dramma inaccettabile. E poi ci sono Heathcliff e Catherine di “Cime tempestose” a franare d’una passione rovinosa. Per Anna Karenina i guai si chiamano Vronskij. I delfini, come gli umani, fanno sesso anche solo per il piacere di farlo e non per riprodursi. Le lumache sono ermafrodite e hanno il pene sulla testa. L’opossum a volte muore, mentre fa l’amore, per estrema romanticheria. Le scimmie bonobo fanno sesso in qualsiasi posizione, in media ogni ora e mezza, non disdegnano le orge, praticano il sesso orale e le femmine si masturbano. La storia è piena di poeti che si sono ammazzati per amore. I poeti protestano il sole, guardano le ragazze ed il loro soprannaturale, sanno dei cieli che dovranno arrivare e già dalla brughiera annusano una riviera. I poeti non si sanno perdonare. Non sanno altro che la concentrazione di buio fuori dai bar, non sanno altro che spogliarsi e ricordarvi di amare. I poeti vi chiedono la mano, la mano nella mano, con tutta l’imprudente energia del loro inchiostro, con tutta la sfacciata vocazione alla carnalità.

Qualche volta l’amore chiama, qualche volta ha urla di strazio, altre è un piroscafo inabissato, altre una lettera dentro ad una bottiglia. L’amore è cent’anni di solitudine, il ringhiare della carie quando hai dolore, la genesi della neve che passa a posare qualche favola.

Chi sono io oggi? Chi sei diventata tu? Ho attraversato il deserto per te, ho odiato dover vivere, ho amato altre donne per farti un dispetto, ho proclamato versi e squartato le budella dell’intelligenza. Per te ho smesso di sorridere sulle foto, ho abdicato i sogni sul finale, ho visto la tazza del mio cesso insanguinata dal mio culo, ho lasciato giocare l’opinione generale sui miei calici sempre pieni. Per te non ho più niente da perdere; ho smarrito tutto quando ti ho persa nella misura dell’unica possibilità di noi. Ci servirebbe un’altra vita con molto meno spavento per rimettere in piedi i cocci ed essere finalmente noi. Oppure potremmo tentare già ora, a motori rotti e fuori tempo massimo, ma ci sarebbero molte più verità e molte più macerie, molto più “tutto” e più “niente”. Ma forse deve andare così, ancora e sempre e dopo senza veramente lasciarci mai. Lontani, ma devastantemente vicini. A modo nostro, con l’arcobaleno di notte che solo noi vediamo, con le storie sbagliate, con la superbia dell’abbandono, con i baci che altri ci mordono.

Le radici del nostro amore si nutrono di stelle risospinte dal mistero, carezzano i fianchi fino alle vette turchine del piacere, le radici del nostro amore si son prese i nostri cuori guerrieri, spaesati dal coraggio E quando noi capovolgeremo questa emorragia, e quando faremo sanguinare il mondo per ritrovarci nel giardino dei temporali, ripeteremo questa fede, questo amore baccano e questo seppuku. Torneranno i quadrifogli, si fermeranno le infeconde consapevolezze, si coglieranno impavidi cambiamenti, cercheremo incombenze di bocca in bocca.

Perché noi non abbiamo ancora finito. Non abbiamo neppure iniziato. E quindi torneremo. Perché io sono un uomo e tu sei una donna.

quadrifoglio

P.

Va tutto bene

Ricordati di imprecare alle feste. Desidera sempre la donna d’altri soprattutto se tu non ce l’hai, desiderala se no vuol dire che sei morto. Scambiatevi un segno di pace: fate sesso orale. Padre nostro che fingi di essere in cielo sia disonorato il tuo nome. Ave Maria, madre di dio, fomenta noi peccatori e, soprattutto, di’ la verità sulla tua gravidanza. Adesso e nell’ora della nostra morte: w la fica!

Ed eccomi ad ostinarmi in un nuovo giorno, precisamente il numero 11.240 della mia vita. Per molti l’importante è dire che va tutto bene. Ma qui non va bene proprio un cazzo. L’altra notte mi sono trovato a pochi metri da una rissa, accanto ad un mezzo pappone sovietico imbevuto di due litri di vodka, mentre al bancone girava uno strapon di mano in mano ed una pezzo di fica, proveniente dall’isola di Zante, era seduta fuori dal locale ad ascoltare la mia amica ubriaca che le traduceva Ugo Foscolo (“A Zacinto” , n.d.r.). Non capivo se era una scena di Quentin Tarantino o se mi aveva fatto male la canna che avevo fumato. Ma tutto ciò è la parte bella delle mie giornate, quella schifosa ha a che fare con le telefonate dei carabinieri che sembra ogni volta di stare su “Scherzi a parte”, con mia madre che mi procura un borsone “tante le volte dovessi finire all’ospedale..”, con certe tipe che mi frantumano i coglioni su messanger per uscire con loro, con io che mi sono dimenticato di fare il cud, con le nubi tossiche a rovistare il nostro cielo, con le emorroidi che grattano il buco del culo e l’insonnia che mi si appoggia ogni notte sul cuscino.

Mille mille affanni, così determinati a farmi da spalla, mentre non so neppure quale sia il mio gruppo sanguigno o dove si compri una busta per un matrimonio. Mentre le grandi solitudini affliggono tutte le nostre compagnie, mentre si fanno i figli per non avere più a che fare col coniuge, mentre pure i sogni li avete messi in offerta, mentre la fretta non aspetta e l’amore non arriva o sta fermo alla stazione in attesa di andarsene.

In mezzo a tutto questo tremi come prima di un debutto, cerchi in solitaria conclusioni alternative, stringi mani sudate, abiti il cemento, non vuoi regredire all’età adulta come gli altri, porti il tuo setto nasale deviato in qualche pinta amara sperando di scivolare su una vagina. Sperando esista qualcosa per cui valga la pena e che questo qualcosa si ingorghi in te.

Chissà come ci siamo arrivati a ciò. Alla archiviazione della volontà, al giocare alle slot, a chiudere le porte coi catenacci, allo schivare casualmente l’epilessia, all’introvabile conforto tra le pareti di casa, alle sedute di coppia, alle donazioni in chiesa, a questo puttanaio ch’è la vita. Così disdicevole, così assassina, così enigmatica, così troppa di tutto, così piena di domande irrisolte.

A proposito: ma, alla fine, il cetriolo nel moscow mule ci va o no?

Moscow_Mule_at_Rye,_San_Francisco

P.

L’ingiusta distanza

dedicato a F.

Gli asciugamani da mare sono appesi, le palme si annoiano. La vecchia ha gettato il sacchetto azzurro della plastica, ma oggi non la raccolgono. Lo spacciatore marocchino ha scavalcato il solito recinto dopo l’ennesima notte da barbone davanti casa mia. Dal terrazzo mi bevo un caffè e cerco un po’ di lilla in cielo. Mi piace il lilla. Infatti non c’è traccia. Come mi piaci tu ed infatti non sei qui. Ho il cuore bucherellato dal dolore, non solo sentimentale, ma anche per questa povera Italia che ha visto la gloria dei poeti, del Risorgimento, dei Puccini e Donizetti, del grande cinema, della cultura e dell’arte, del riscatto della Resistenza, dell’ingegneria e dell’architettura, della pittura e della navigazione. E adesso dopo secoli di sudore, di opere d’arte, ci guardiamo Salvini in televisione mentre rutta trivialità e fake news.

Ma poi vedo l’Arena di Verona o un Guttuso qualsiasi, lecco con gli occhi la Primavera di Botticelli, ammiro un Bernini, mi ammalio con “Ladri di biciclette” e mi perdono con Cesare Pavese e di Salvini non me ne frega più niente. La mia orazione civile è la pratica quotidiana del mio vivere, il leggere e scrivere, il coltivare amicizie ed amare, il non credere ad ogni spot elettorale, il lottare facendo bene il mio lavoro contribuendo ad una società più equa. La mia orazione civile è la perpetua ribellione della Poesia, pacificamente violenta come un bacio sulla bocca, come avere vent’anni, come un fico morso che esaspera l’eros perché afrodisiaco. Per battagliare contro questa aria nuova che è ammuffita di vecchio, non basta amarsi un po’, bisogna amare l’umanità e la natura, sentire l’orchestra dei giardini, tendere la mano restando umani, capire che le frontiere non esistono, sorridere forte perché vinceremo noi, ci mescoleremo e ci salveremo.

La mia vicina ha l’aria stanca e si lamenta per il caldo mentre prende dal vaso del basilico fresco. È anziana come un giorno lo sarò io. Forse sarò in qualche ospizio, in un ospedale, sotto un ponte, non so. Probabilmente solo. Quasi certamente in preda a deliri e tremori, itterico e perso. Non importa perché prima avrò divorato tutte le età lucide, avrò avuto tutte le conseguenze della libertà, avrò visto città, avrò giurato amore, avrò scritto alle ragazze, avrò ascoltato le notti dissolversi dietro un saluto, avrò visto qualche stellato ritorno, avrò combattuto fino al midollo. Perché esistere ha i suoi fili spinati, i suoi bunker qualunque, le ombre più opprimenti, l’insolenza dell’inferno, ma la si attraversa a colpi di indecente bellezza. Come sei tu. Come lo sei stata l’altro giorno quando mi piangevi addosso solo perché ti ho detto che devi iniziare ad abituarti all’idea che io non ci sarò più. Volevo solo spiegarti che non mi va di andare via, ma capiterà prima dell’ipotizzabile perché la vita è uno squalo ed io una margherita; non posso farcela.

Ma voglio sognare che questo mio stringere i pugni, questo mio chiamare tramonti, questo mio esagerare di vele spiegate per navigare, questo mio impazzire per i tuoi occhi marroni e per tutte le volte che mi perdoni, che mi concedi il tuo amore che non ha nome, e mi salvi, voglio sognare che non passerà mai. Voglio dirti che fra noi c’è sempre un’ingiusta distanza, anche quando siamo fermi in un abbraccio di quelli che non ti fanno sentire neppure l’acquazzone. E questo amore che non ha nome canta e cresce come il mare di notte, si prodiga a farci fare rotte per allontanare i nostri acuti dolori. È così.

Dal terrazzo di casa mia guardo le altre case disturbate dal sole. Una piroetta di vento fa galleggiare i panni stesi. I cortili servono le rose che ci parlano del tempo che ci porterà via. Non lasciamoci, allora. Non diventiamo come gli altri, non seguiamo la normalità, non spaventiamoci più per le cose che non abbiamo. Per favore resta. Resta anche in questa ingiusta distanza, ma lascia che questa stanchezza ci onori, che le nostre risate saturino gli autunni, che niente ci distrugga più se non questo amore che non ha nome.

Perchè sei bella come un sacrilegio, come l’imbarazzo, come un ciliegio esploso di rosa, come la prima volta che una bambina ascolta il mare da una conchiglia, come la tenerezza, come quando dimentichi i rancori, come il salto verso il cielo di un unicorno, come la luna a gambe aperte. Perché sei bella come questa ingiusta distanza.

Fa che l’amore sia sempre con te. Io ci sarò.

Hjärtan-på-tork

P.

Happy Birthday

Quando, inesorabili, arrivano gli auguri di compleanno, inevitabilmente prendi in prestito un po’ di realtà ed inizi a ragionare sui bilanci. Ed era davvero ieri che fuggivo fra le vie con un pallone come miglior amico ad inseguire qualche sogno mondiale a portata di mano. Era ieri che la cioccolata si confondeva con la curiosità, che non mi piacevano le verdure cotte e guardavo appassionatamente Candy Candy. Era ieri che mi lasciavo passare lungo il braccio qualche insetto e ridevo per il solletico e perché tutto aveva un che di buffo. Era ieri che nell’età imperfetta dell’infanzia giocavo con le figurine e la Fiorentina, dalle radioline, subiva qualche torto arbitrale o esplodeva un reattore nucleare a Cernobyl mentre Arnold Schwarzenegger salvava il mondo al cinema. Poi qualcuno o qualcosa ti dava una piccola spinta e ti ritrovavi sui banchi di scuola a guardare il tuo motorino fuori dalla finestra, a fare un giretto durante la ricreazione con quel pacchetto di crackers i quali, nel frattempo, s’erano sbriciolati dentro lo zaino invicta. In compenso poi arrivava educazione fisica e ti offrivi nel ruolo di libero per la gara di pallavolo, per sbirciare i culi delle compagne di classe vestite con la tuta dell’arena. Ma anche lì la festa durava poco e ti ritrovavi alle superiori, in un indirizzo scolastico che avevi scelto male e passavi le mattine a copiare i compiti dentro al bus sperando nei tuoi 18 anni e nella millantata conseguente libertà. Sempre con l’affronto dello scontento lì a due passi. Poi sono arrivati i 20, le donne, l’amore errato, l’ossigenazione sbagliata degli attacchi di panico, l’alcol che accarezza, le colpe di dio, la depressione, i lavori stagionali, il diploma, le disillusioni. Dopo sono arrivati i 30, la fine della pacchia (che poi, a starci dentro, pacchia non era mai stata). E sono arrivate le rughe, altre donne, altri fallimenti, nuove poesie, nuove rotture di coglioni, la rottura di cazzo di doversela cavare fra le responsabilità, gli altri coetani che si sistemano e tu che hai ancora da scontrarti coi vecchi che sanno solo rimproverarti. Sono arrivati gli ospedali, i lutti, gli eccessi, le correzioni mai effettuate, il pugno allo stomaco della legge e tu che te ne freghi. I 30, dove tutto è andato a rotoli anche se il tempo ti ha definitivamente dato dei riconoscimenti. Non sono arrivati i miracoli, sono spariti gli eroi, sono aumentati i sospesi, sono peggiorati i casini che ti prendono, ci sono state altre donne strette il tempo di un’immediata beffa.

E con oggi sono arrivato a 39 anni. La pioggia non ha lavato i miei drammi ed i fiori sono sfioriti. Il fisico è minato, ma gioca a fare il ventenne. Il viso cerca disperatamente emozioni fino a morire d’amore. E d’amore morirò. Non prima di alimentare altri pettegolezzi, di profanare le opinioni altrui, di continuare a farmelo venire duro, di dormire ancora in spiaggia, di guardare il disastro favoloso del cambiamento, di non prevenire seduzioni, di mollare gli ormeggi verso una destinazione di parole.

Non ho ancora finito qui, e non finirò fin quando l’ultimo maledetto jameson non ci separerà, non bloccherà la mia mano con la quale scrivo. In 39 anni sono stato spericolato, lo sono tuttora. Non ho mai indietreggiato davanti all’amore ed ho dimostrato che la Poesia è la cosa più pericolosa da fare in vita. Averla addosso è l’epicentro di ogni libertà…e mi regalo questi indizi di fragilità, questi compleanni senza accordi col cielo, questo continuare a voler bene oltre gli abissi dei giorni, questo vivere ancora e soltanto per legarmi ad altre braccia ed anestetizzare le lacrime che ti ho saputo dare. Senza mai svenderle, senza mai rinunciarci, senza mai trattare. È così che questo percorso, il mio destino, in pratica è diventato il tuo. È questa la mia vita, fatta di amori dispari. E devo andare sempre avanti. Lo devo al ragazzo che ero ed al bambino che sono stato. Per cui… niente, tanto vale vivere.

hb

P.